Dopo la pandemia: le conseguenze psicologiche a 6anni dal Covid
La pandemia di Covid-19 è trascorsa da ormai 6 anni e, benché il tema sembri ormai sorpassato, ancora adesso possiamo osservarne le conseguenze sul piano psicologico e sociale.
Sin dai primi momenti del lockdown, la maggior parte delle preoccupazioni erano rivolte alle generazioni più giovani che, in effetti, sono quelle che hanno risentito di più degli effetti dell’isolamento. Ma il trauma ha coinvolto tutti, trasversalmente.
La carenza di socializzazione e relazione
Il lockdown imposto durante la pandemia ha interrotto le occasioni di socialità e relazione per tutti, giovani e meno giovani. I bambini e i teenager, però, hanno affrontato tutto questo in una fase di crescita e di sviluppo in cui la presenza dei coetanei e l’interazione tra pari hanno un peso enorme.
Per un periodo molto lungo, la socialità e il confronto si sono spostati solo ed esclusivamente sul terreno digitale, rafforzando il ruolo giocato dai social nella formazione delle nuove generazioni.
Quali sono le conseguenze, dopo 6 anni?
Molti giovani hanno sviluppato un’attenzione ossessiva per la cura del corpo e l’allenamento, spesso seguendo tutorial o influencer di settore.
Il fenomeno dell’hikikomori si è diffuso, tanto da destare, nelle prime fasi post-pandemiche, diffuse preoccupazioni. Si stima che il numero di adolescenti che evitano le occasioni di socialità con i coetanei dopo la scuola, preferendo giocare online, sia raddoppiato tra il 2019 e il 2022.
Il cyberbullismo sembra essere cresciuto tra i teenager nonostante le numerose iniziative intraprese per combattere questa forma di violenza.
Inoltre, assistiamo, negli ultimissimi anni ad una preoccupante diffusione della violenza – anche fisica – tra i giovanissimi, che sembra tradire una perdita di capacità di empatia e di valutazione delle conseguenze delle proprie azioni. Non è possibile dire con certezza che ci sia un nesso causa-effetto
tra l’isolamento e il trauma della pandemia e questo disagio giovanile, ma indubbiamente è un’ipotesi che andrebbe tenuta in attenta considerazione.
Marginalizzazione e divario sociale dopo la pandemia
L’isolamento, la scuola a distanza, le mancate occasioni di socialità, lo tsunami nel mondo del lavoro hanno anche acuito le differenze sociali.
Vivere l’esperienza del lockdown in abitazioni ampie e confortevoli, con spazi esterni adeguati è stato un plus per le persone e le famiglie più fortunate. Affrontare questo evento traumatico in un contesto abitativo caratterizzato da povertà e spazi ridotti è stato un ulteriore onere per chi già viveva in condizioni
di svantaggio sociale.
Dallo stesso punto di vista, la didattica a distanza ha richiesto un surplus di coinvolgimento dei genitori nell’educazione scolastica dei figli. Anche in questo caso, i bambini di famiglie di buona cultura sono risultati più avvantaggiati e più stimolati.
Ne consegue che anche nel lungo periodo il lockdown ha portato a differenze e disparità sociali alle quali forse non si è prestato attenzione durante la fase di emergenza.
Paure, fobie, conseguenze a lungo termine
L’adesione rigida alle norme igieniche e l’isolamento del periodo pandemico sono comportamenti che in condizioni di normalità sarebbero risultati disfunzionali. Ma alcuni soggetti già inclini a disturbi psicologici, come il disturbo ossessivo compulsivo, o la forte ansia, hanno conservato questi comportamenti anche a distanza di 6 anni.
Sebbene sia difficile ad oggi trovare studi retrospettivi che certifichino le conseguenze della pandemia sulla salute mentale, la sensazione è che nelle persone più fragili si siano insediati disturbi d’ansia, paura della folla, attenzione ossessiva per l’igiene, ipocondria, solitudine.
A farne le spese, come sempre, sono le categorie più deboli: persone con disturbi psicologici o psichiatrici preesistenti, anziani, bambini e giovani.
Non ne siamo usciti migliori, ma forse più consapevoli
Durante l’emergenza, uno degli slogan più diffusi era “ne usciremo migliori”. A giudicare dagli eventi che hanno contrassegnato gli ultimi 6 anni, la profezia non si è avverata. Tuttavia, il Covid ha lasciato un’eredità positiva dal punto di vista psicologico: una maggiore consapevolezza sull’importanza della
salute mentale.
La pandemia, il lockdown, la scoperta della vulnerabilità collettiva ha fatto cadere gli ultimi tabù sulla salute psicologica. Le persone hanno dimostrato più interesse per il proprio benessere mentale, ricorrendo al supporto di professionisti. Di pari passo è venuto meno lo stigma verso coloro che si
rivolgono a psicologi, psicoterapeuti e psichiatri.
Abbiamo osservato un cambiamento epocale anche nel mondo del lavoro, con la tendenza a preferire equilibrio vita-lavoro ai soldi e a fare scelte di vita più in linea con le inclinazioni e i desideri personali, talvolta fuori dagli schemi.
Questo articolo contiene informazioni generiche e non sostituisce il consulto di uno specialista.
Foto di Mario Hagen da Pixabay










