//Siamo ancora capaci di assumerci le responsabilità?

Siamo ancora capaci di assumerci le responsabilità?


Responsabilità e comunità: un gruppo di atleti si aiuta a vicenda

Zygmunt Bauman, scomparso nel 2017, è stato uno dei più noti sociologi e filosofi del nostro tempi. Il suo contributo più noto è la teorizzazione di una società liquida, caratterizzata da logiche di consumo. E il tema della responsabilità in questo contesto è centrale.

Per Bauman, infatti, le nuove società liquide e consumistiche spostano sull’individuo il peso della responsabilità. Ognuno deve assumersi da solo la responsabilità delle proprie scelte.

Dobbiamo progettare la nostra identità – e il nostro successo – e siamo gli unici responsabili dei fallimenti. 

Consumismo, società liquida e responsabilità individuale

Nella società liquida i legami sono pervasi dalla logica del consumo usa e getta e le relazioni sociali sono connessioni temporanee. La responsabilità verso gli altri diventa intermittente. Anche l’amore diventa liquido: consumiamo l’altro e lo gettiamo via, abbiamo paura dei legami profondi, non costruiamo relazioni durature. Ci assumiamo solo la responsabilità di noi stessi, diventa difficile trovare spazio per l’altro e la collettività.

In questo modo, però, viene meno l’intero concetto di comunità. La fondatezza delle teorie di Bauman è, purtroppo, molto evidente nella società odierna: chiusi nel nostro individualismo, non  siamo più in grado di prendereci la responsabilità dell’altro. 

La modernità ci ha voluti chiusi dentro i nostri confini individuali, con i nostri sogni personalistici, le nostre ambizioni. Le continue spinte verso il pensiero positivo e motivazionale che rimbalzano tra social e pubblicità ne sono una spia: dobbiamo prenderci la responsabilità della nostra vita e trasformarla in un successo personale, senza considerare le condizioni sociali ed economiche, le leggi, le spese, le bollette e – soprattutto – gli altri.

Paura di fallire, tra responsabilità personali e collettive

L’idea del successo personale porta con sé un’altra idea, insidiosa: quella del fallimento. La società di oggi chiama ciascuno di noi alla felicità e al successo. Non c’è spazio per fallire, non si può rischiare di sbagliare, di stare male, di soffrire. Ed ecco che le relazioni umane entrano in crisi: prenderci la responsabilità di un’altra persona o di una comunità è estremamente rischioso.

Lo vediamo ad ogni livello della società. I genitori diventano amici dei figli per non entrare in opposizione e non essere rifiutati, abdicando alla responsabilità genitoriale. Gli anziani restano soli, a loro volta. Ma assistiamo anche a un disgregarsi della famiglia dalle sue fondamenta: in Italia, nel 2023, avevamo solo 14 milioni di bambini sotto i 14 anni e la natalità è in calo costante (34,1% di nascite in meno rispetto al 2008)

Ma d’altro canto, possiamo davvero incolpare gli individui che scelgono di non avere figli? La responsabilità di avere un bambino, oggi, ricade esclusivamente sui genitori. Lo sfondo è dato da un mercato del lavoro e un’economia che non danno ai giovani la possibilità di realizzarsi, avere sicurezza, progettare un futuro, ma anche da ritmi lavorativi stranianti che portano al burn-out.

Comunità di ieri e di oggi

Le generazioni precedenti potevano contare sulla comunità. Un bambino era di tutti. Non a caso, in molte aree del sud Italia, fino a pochissimi decenni fa l’appellativo “zia” o “zio” era dato a qualsiasi adulto che intervenisse nell’educazione del bambino da un punto di vista collettivo: parenti, amici di famiglia, vicini di casa.

Non solo: l’etica e i valori erano condivisi e c’era una visione comune di ciò che era bene e ciò che era male, che orientava le scelte educative e collettive. Una sola morale che riduceva l’ansia e il senso di inadeguatezza. Nel bene e nel male.

Oggi la società liquida gode di maggiore libertà, pagata al prezzo di maggiore insicurezza, paura e mancanza di responsabilità verso l’altro. Le morali sono multiple, a causa degli avvenimenti storici degli ultimi 2 secoli. La rottura dei legami sociali, la logica consumistica e la responsabilità individuale vanno di pari passo. 

Purtroppo, questo ci porta a casi estremi: persone che si sentono male o che addirittura vengono aggredite, nell’indifferenza dei passanti. La paura di perdere un beneficio nel proprio terreno individuale sta impedendo alle persone di assumersi delle responsabilità anche di fronte a attacchi diretti alla vita umana come dimostrano, purtroppo, i tanti fatti di cronaca quotidiana. 

Un segno di speranza, forse, sono state le recenti proteste contro il genocidio di Gaza. Milioni di persone hanno ritenuto necessario manifestare, per prendersi la responsabilità – individuale e collettiva – di dire NO a un massacro. 

Senza cadere in generalizzazioni, dobbiamo però rimarcare che tante, tantissime persone (giovani e non) continuano oggi ad agire quotidianamente con senso di responsabilità nei contesti sociali nei quali operano: famiglia, lavoro, associazionismo, sport, volontariato ecc. Questa massa di persone silenziosamente tiene in piedi il senso di comunità, senza clamore e senza fare notizia.

L’egoismo che ci spaventa

Anche se sembra essere diventato il fulcro della nostra modernità, l’egoismo ci spaventa, perché rischia di portarci fuori dal contesto sociale e comunitario. La nostra specie si è evoluta ed ha prosperato per vivere in gruppi, in cui ciascuno si assumeva la responsabilità dell’altro.

Le persone, smarrite e insicure, desiderano tornare a una comunità intesa come un luogo caldo, accogliente, in cui sentirsi protette e comprese. Ma allo stesso tempo temono che la comunità possa togliere loro libertà, autonomia e privacy (Bauman, Voglia di Comunità).

Nel famoso episodio biblico dell’omicidio di Abele da parte di Caino, c’è una frase significativa. Caino ha da poco ucciso il fratello e Dio scende sulla Terra per chiedergliene conto. 

Il Signore chiese a Caino: – Dov’è tuo fratello?

– Non so, – rispose Caino. – Sono forse io il custode di mio fratello?

– Ma che hai fatto? – riprese il Signore; – dalla terra il sangue di tuo fratello mi chiede giustizia. Ora tu sei maledetto, respinto dalla terra bagnata dal sangue di tuo fratello che hai ucciso. Quando la coltiverai non ti darà più le sue ricchezze. Sarai vagabondo e fuggiasco sulla terra.

(Gen, 4, 9-12)

Sotto un profilo prettamente narrativo e mitopoietico, l’omicidio perpetrato da Caino, il non sentirsi responsabile / custode di suo fratello rappresenta la fine della società. Caino viene esiliato, isolato e allontanato dal benessere della Terra.

Speranze per una responsabilità individuale e collettiva

Dove ci porta questa lunga digressione?

Nel campo della responsabilità individuale, vogliamo ancora essere speranzosi come Bauman, che ritiene che, comunque, l’amore vero e i legami profondi implichino ancora una responsabilità senza garanzie di ritorno? 

Amare è una scelta di cura per l’altro che ci rende vulnerabili ed esposti ai rischi. Non è la gratificazione immediata del consumismo, ma una scelta che mette al centro l’etica. Amare è responsabilità, perché ci richiede di creare continuamente una relazione in divenire, senza calcolare il vantaggio personale o il rischio di fallire. Una forza irrazionale che corrisponde alla morale nella post modernità e che è capace di costituire la società.

Lo stesso Bauman però preconizzava, come già accennato, una voglia di ritorno alle comunità da parte delle persone, come luogo in cui sentirsi al sicuro. In questo senso, cito, per concludere, il discorso di fine anno del 2018 del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Nel suo augurio, il Presidente definisce che cosa significa essere comunità, qual è la responsabilità individuale nella collettività e perché comunità e sicurezza vanno insieme, tenute insieme dalla responsabilità verso gli altri e verso il bene comune:

(…) Sentirsi comunità significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri.

Significa pensarsi dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese.

Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee. Rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore.

So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buoni sentimenti, che la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza.

Certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena.

Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune (…)”.

Un evento per parlare insieme di responsabilità

Lunedì 1 dicembre 2025, 19.00 alle ore 20.30, insieme alla dott.ssa Linda Giuditta Bari parleremo di Responsabilità nelle società di ieri e di oggi, nel corso dei nostri incontri presso la Parafarmacia Stadium, in via Falcone e Borsellino, 16 a Forlì.

Per partecipare e approfondire questo tema, riserva il tuo posto al costo simbolico di 10€, contattando la  Dott.ssa Linda Giuditta Bari al numero +39 349 4524989.

Questo articolo contiene informazioni che non sostituiscono il consulto di uno specialista.

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